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Aspetti teologici, spirituali e pastorali della vita comune fra i giovani

I GIOVANI E LE NUOVE FORME DI VITA COMUNE

(articolo tratto dalla “Rivista il Regno, Numero 18 del 2004, pag. 638” di don Severino Pagani, responsabile dell’Ufficio Diocesano Milanese per la pastorale giovanile)

 

L’esperienza di una vita comunitaria intesa come pedagogia della fede

La modernità esprime una grande ricchezza e un grande disagio. La ricchezza si apre in ogni orizzonte che dischiude verso la vera libertà; il disagio si nasconde in ogni traccia che riconduce a qualsiasi forma di solitudine. Vorremmo proporre la vita comune tra i giovani come strada privilegiata verso la vera libertà; ci guida la persuasione che una rinnovata vita comune sia uno strumento pedagogico formidabile, espressione di libertà e aiuto contro lo smarrimento contemporaneo. Libertà e comunione aprono al mistero. La vita comune ci sembra la strada capace di mettere in atto una pedagogia privilegiata in grado di sostenere una esperienza che conduca verso la fede adulta. Per questo proponiamo una decisa costituzione di forme nuove di vita comunitaria nella convinzione che la vita comune possa esprimere, oggi in modo particolare, una possibilità particolare e necessaria di pedagogia della fede.

 

Reinterpretare le esperienze comunitarie cristiane

Questa particolare pedagogia della fede saprà riprendere dalla tradizione cristiana cose nuove e cose antiche: i tempi e gli spazi, le relazioni e gli stati d’animo, i progetti e le strutture della comunità cristiana possono essere reinterpretati e trasformati, in modo tale da favorire il crescere di uno stile di vita evangelica. La vita cristiana ha bisogno di ripresentarsi sempre di più, pur nella riserva della croce, come un benessere della fede e come un racconto gioioso di esperienza condivisa. Raccogliamo l’invito a costruire “esperienze di vita fraterna secondo la tradizione più vera delle nostre comunità. La parola di Dio per essere ascoltata ha bisogno di un contesto comunitario, e l’Eucarestia ha bisogno di una mensa intorno alla quale condividere la vita. Gesù incontrò Zaccheo nella sua casa – Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua. In fretta scese subito e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: e’ andato ad alloggiare da un peccatore! – Gesù non è preoccupato immediatamente di gestire la folla; egli vuol bene a tutti, ma si prende cura in modo particolare di qualcuno. Gesù insegue il suo pensiero più profondo, quello di andare diritto al cuore di Zaccheo: vuole entrare nella sua casa. Non vuole che questo incontro sia uno come tanti, vuole creare contesto, vuole lasciare una traccia; non si lascia fermare né dal fatto che Zaccheo sia un peccatore e neppure che la gente possa mormorare. Gesù prepara a Zaccheo una sosta lunga, un abitare continuo, un dimorare con lui.” (Il Cardinal Martini ai giovani di Milano)

 

Il faticoso desiderio di unificare la vita

Da molti giovani di oggi, così uguali e così diversi, si alza un’implicita e sommersa invocazione: il faticoso desiderio di unificare la vita. Questa unificazione della vita passa, per molti tratti attraverso una nuova pedagogia dell’esperienza di fede, che è quella di una relazione così intensa e articolata da esprimersi concretamente nel bisogno di vita comune. Infatti viviamo in un contesto in cui il rischio è di essere continuamente decentrati, di essere da tutte le parti e di non essere in nessuna, e di fronte a questa dispersione probabilmente il nostro compito è quello di riuscire a unificare il senso dell’esistenza, delle nostre relazioni, del nostro presente e del nostro passato. Ci sono delle spinte distruttive tra i giovani d’oggi che esigono d’essere interpretate. Al di là dell’immediatezza delle situazioni di sfiducia e smarrimento, s’avverte da parte dei giovani un reale bisogno di maggiore unificazione della vita. I giovani sono stanchi, stanchi di essere sfilacciati, tirati da una parte e dall’altra; all’inizio affrontano questa molteplicità di situazioni con entusiasmo, ma poi progressivamente questo slancio viene meno, si logora, divenendo incapace di renderli perseveranti. La loro vita non appare unificata. Una significativa esperienza di vita comune può essere una risposta molto qualificata a questo bisogno di unificazione della vita.

 

Il bisogno di una più grande radicalità

In molti giovani l’eccessiva preoccupazione di se stessi e del proprio futuro è indotta da esigenze immediate, da una cultura consumistica e dall’incertezza sul futuro; tutto questo li porta talvolta a essere troppo sommersi dai tempi che hanno a disposizione, dalle cose da avere e da fare, e dall’immagine narcisistica di sé, fino a star male. Il risveglio dal torpore e dall’assuefazione di questo io minimo, fatto d’identità debole, di consumi, di insoddisfazioni, di paure e di pigrizie, come luoghi comuni della sopravvivenza, conduce diversi giovani al bisogno quasi fisico di una maggiore radicalità. Questa radicalità viene implicitamente invocata da molti come una sorta di coraggio in grado di rompere lo stato d’assedio in cui ci si trova. Quando i giovani si fermano a riflettere, nasce in loro un bisogno di misure nuove; se da un alto la generazione giovanile è nata e cresciuta in un area esagerata di consumi, materiali e psichici, dall’altro viene dai giovani un bisogno di radicalità, direi francescana, quasi la necessità fisica di viaggiare più leggeri. E’ in questo desiderio che si potrebbe più facilmente incontrare l’eterno fascino del Vangelo; per loro, infatti, il Vangelo richiama un’istanza di assoluta semplicità, di povertà, di dono, dove i gigli del campo possano ancora fiorire e gli uccelli del cielo possano volare senza mietere. In molti giovani più attenti o in quelli che percepiscono maggiormente l’esigenza di una vita unificata, l’esperienza di una rigorosa vita comunitaria costituisce uno strumento efficace per sostenere questo intrinseco bisogno di radicalità. La radicalità si manifesta come la ricerca di ciò che è essenziale; è un essenziale voluto e insieme negato, spesso avvertito come bello e impossibile, e comunque estremamente rischioso. Una maggiore esperienza teologica Il giovane di oggi avverte come d’istinto il bisogno di una più ricca esperienza teologica e spirituale. Il giovane interessato alla fede chiede proposte forti che sappiano mettere al centro la persona di Gesù. Ora l’essenziale teologico parte dalla considerazione di Dio e non da altro. L’essenziale teologico è innanzitutto cristologico e trinitario. L’esperienza della Trinità è la sorgente della configurazione stessa dell’essere e della vita; in essa si afferma che il fondamento e il senso dell’esistenza si dà soltanto nella forma della relazione. Nella relazione trinitaria e cristologica il giovane può capire qualcosa di se stesso e del suo destino. Quello che è essenziale è fare incontrare le persone con Gesu e introdurle nella comunione misteriosa e feconda che Gesù nutre con il Padre. Solo così lo spirito invocato da una secolarizzazione diventa lo Spirito cristiano, Spirito Santo. Un giovane scoprirà la Chiesa attraverso relazioni autentiche e feriali, attraverso forme di vita comunitaria dentro le quali poter vivere veramente una nuova e impegnativa sequela di Gesù.

 

Una vita ecclesiale con relazioni autentiche

Nei confronti della Chiesa molti giovani cercano relazioni autentiche immediate, accanto a nuove forme di vita ecclesiale. Sono molto lontani dalle questioni più direttamente ecclesiastiche o dalle preoccupazioni pastorali e strutturali, che la veloce trasformazione delle nostre comunità continuamente presenta agli addetti ai lavori. I proclami ecclesiastici e i programmi pastorali sono spesso estranei alla loro sensibilità. Sconvolgono i nostri schemi e le nostre impostazioni, s’annoiano delle nostre discussioni, non sanno dei nostri giochi di potere, pensano che, nel caso si debba arrivare a Gesù, sia tutto più semplice. Molti di loro non ricordano o non conoscono la vita ecclesiale e parrocchiale di qualche decennio fa, e francamente non sono neppure molto interessati a conoscerne il futuro. Chiedono implicitamente un linguaggio più immediato, un’esperienza più percepita, degli accompagnatori più a disposizione. Dentro questa istanza d’essenzialità, la vita comunitaria è invocata come momento che permetta loro di qualificare la vita, in tutte le sue dimensioni. Tuttavia sono ancora molti i giovani che vivono all’interno questa trasformazione ecclesiale, verso uno stile di vita autenticamente cristiano. Questi giovani cercano una loro identificazione e una risposta adeguata alla domanda e al bisogno della fede. Concretamente cercano una comunità in cui crescere. Di fronte a questa legittima richiesta oggi spesso la comunità adulta si trova impreparata: vorrebbe perpetuare l’offerta pastorale tradizionale più che spingersi verso una linea, forse dolorosa, ma certamente promettente innovativa.

 

Nuove dimore per costruire il futuro

Le nostre comunità cristiane hanno vissuto a lungo in contesti umani relativamente omogenei, dentro i quali la prassi cristiana trovava assetti vitali ben consolidati. Oggi non è più così: le pluralità d’appartenenza e le diversificazioni culturali e religiose rendono molto attuale la necessità di una mappa umana su cui scrivere e sperimentare anche la relazione, innanzitutto religiosa, e più specificatamente ecclesiale. La comunità non coincide più semplicemente con l’anagrafe e con il territorio. In un mondo di non luoghi sono necessarie nuove dimore per riscoprire il proprio volto, personale e comunitarie, luogo di accoglienza e di responsabilità, attraverso cui impostare il proprio futuro. Così si potrà essere maggiormente presenti nel mondo con una forma evangelica nuova. Tutta la comunità deve avere il coraggio d’affidare ai giovani un luogo fisico e relazionale in cui possano elaborare e coltivare i loro desideri più veri alle luce del Vangelo. Certamente parliamo di una vita comunitaria limitata nel tempo, perché si tratta di un’azione pedagogica che aiuta gruppi giovanili a incamminarsi verso una fede adulta attraverso relazioni formative significative. Queste esperienze di vita comune non sono in ordine a un recupero del disagio giovanile, e neppure si costituiscono a partire da un orientamento vocazionale preciso; sono altro rispetto a eventuali esperienze comunitarie in una vita matrimoniale o in forma di vita consacrata. E’un fenomeno per certi aspetti previo e nuovo, che il linguaggio sociologico definisce come comunità a tempo; questa vita comune, infatti, trova espressione in un arco temporale limitato e con una serie di obiettivi precisi all’interno di un cammino educativo più ampio. Si tratta di favorire relazioni evangeliche, nella normale vita quotidiana, al servizio d’un inserimento più maturo nella vita adulta e nelle dinamiche del mondo. La comunità giovanile temporanea è una forma pedagogica capace di unificare la vita intorno a Gesù e insieme si configura come una propedeutica verso l’assunzione di precise responsabilità nella vita, nella fede e nella società di oggi. Si tratta di trovare forme concrete di vita comune nella linea suggerita anche dai vescovi italiani: “negli ultimi decenni e anche recentemente non sono mancati, nella vita della Chiesa, cristiani, vorremmo dire profeti, dallo sguardo penetrante, i quali hanno intuito e intravisto la necessità di esperienze di vita, personali e comunitarie, fortemente ancorate al Vangelo per dare un avvenire alla trasmissione di fede in un mondo in forte cambiamento.”

 

Vita comune luogo di misericordia

Oggi i giovani hanno bisogno d’amore. Lo vanno ricercando disperatamente in tutte le maniere. Senza amore non c’è vita umana né autentica umanità. Accanto alla ricerca dell’amore spesso c’è anche molto dolore. Questo dolore ha molti aspetti: le circostanze incerte, le scelte sempre provvisorie, le pressioni sociali, le solitudini nascoste, tante tristezze, o eterne malinconie, tanta ricerca, tanta paura, e la stanchezza, spesso frutto di un’esagerata esuberanza di consumi. Oggi molti giovani non crescono con un cammino lineare, ma molte sono le cadute, le prove andate male, gli atti di buona volontà esauriti. Oggi i giovani hanno bisogno d’accoglienza e di perdono; hanno bisogno di molta misericordia. Solo da qui può venire una giusta fermezza. Per questo, e per tanti altri motivi, le esperienze di vita comune devono essere luoghi di misericordia. Se la comunità diventa un luogo di misericordia, è essa stessa un segno dell’amore evangelico. L’adulto educatore dovrà esercitarsi molto nell’ascoltare, dovrà essere disponibile per favorire con i giovani colloqui e confidenza; i giovani cercano la possibilità di un confronto durante i giorni della vita comune con qualcuno che sappia attrarre, suscitare desiderio, comprendere, indirizzare con tenerezza e decisione. Ci vuole anche qualcuno che sia in grado d’offrire il sacramento della riconciliazione. La vita comune diventa il luogo dove iniziare il difficile esercizio della pazienza e della perseveranza; scoprire la fede come fedeltà di Dio; ritrovare la Chiesa come persone che si occupano singolarmente di te, t’ascoltano, t’incoraggiano, ti sottraggono da tempi lunghi della disaffezione e della solitudine.

 

Una vita ordinata e responsabile

La vita comunitaria non può essere improvvisata; non si situa all’inizio di un cammino, ma s’inserisce come elemento intrinseco al cammino spirituale stesso. Bisogna preparare le persone all’esperienza della vita comune. Non è semplicemente lo stare insieme, ma è la qualità dello stare insieme che dà forma e contenuto alla vita comune dei giovani. Non si respira l’atmosfera di una vacanza, ma di un tempo, se pur breve, in cui passare le giornate con gli impegni quotidiani da svolgere, in maniera ordinata e responsabile. Per questo nel progettare la vita comune è necessario garantire la presenza degli educatori e di un responsabile. Il servizio dell’autorità è prezioso: dal responsabile di comunità dipendono molte cose. Questi, generalmente sempre presente, deve esprimere le caratteristiche di una personalità adulta, nella vita e nella fede. Può essere un laico, una coppia di sposi, una persona consacrata o un sacerdote, quello che è determinante è che abbia assunto e sappia conservare l’autorevolezza di condurre l’esperienza secondo un progetto ben stabilito. È importante che la vita comune abbia degli orari, che non sia costituita da un andirivieni di persone; non è una casa dove si va o si viene quando si vuole. Partecipare alla vita comune esige senz’altro una certa disciplina, la quale aiuta a costruire momenti di silenzio e di preghiera, di studio e di fraternità, di testimonianza e di lavoro nel contesto usuale della vita.

 

La fiducia dei parroci e della comunità cristiana

È importante che tutta la comunità cristiana e parrocchiale accompagni con fiducia questo tipo di proposta, contribuisca a farla riuscire nel migliore dei modi, a partire da coloro che hanno la responsabilità pastorale di tutto il popolo di Dio. Senza il consenso creativo e l’appoggio spirituale ed economico dei parroci è difficile trasformare questa intuizione in un durevole e ben strutturato strumento educativo. Anche la fisionomia tradizionale dell’oratorio può essere arricchita da questa esperienza.

 

Vita comune e intelligenza della fede

La vita comunitaria non deve trascurare la coltivazione dell’intelligenza. Occorre pensare e preparare bene i contenuti che da far passare durante il tempo dello stare insieme. Nascerà nei giovani un nuovo gusto del capire, dell’imparare, del gustare qualcosa che fino a quel momento è ancora estraneo al proprio modo di vedere. Questo deve avvenire attraverso le conversazioni comuni, senza pesantezza, con qualche lettura da suggerire. La qualità della proposta, la meditazione sulla Parola, qualche film da vedere e discutere insieme, qualche conversazione sulla credibilità e sulla storicità della fede cristiana, sono tutti linguaggi da introdurre con semplicità e passione. A partire dalla vita comune bisogna innescare il desiderio di una qualità più alta della vita cristiana. Quando un giovane si apre all’intelligenza, si apre alla vita, impara ad apprezzarla, e allo stesso tempo trova nuove sicurezze, aumenta la stima per i propri maestri e raggiunge una più alta maturità umana. Insieme si discute delle fede e delle grandi questioni dell’uomo, del nascere e del morire, dell’amare e del perdonare; ci si confronta sulla necessità di un impegno politico e sociale, per non fermarsi soltanto all’intimismo del cuore.

 

La vita comune come cammino pedagogico

Nella vita comune bisogna raccontare la fede. Il vissuto dell’esperienza cristiana deve finalmente entrare tra i giovani come linguaggio ordinario. Si può parlare senza censure, senza timore di ridicolo o di scontato; come si diceva un tempo, si può parlare «senza rispetto umano» del proprio incontro con Gesù e di un’appassionata avventura con lui nella comunità e nella Chiesa. La vita comune tra i giovani favorirà certamente questo racconto. Non si tratta soltanto di un racconto verbale, ma di un’arricchita qualità di relazione, dentro la quale i giovani si riconoscono partecipi di una grazia comune, di una Parola ricevuta, in grado di dire la verità di sé stessi e di dare un’interpretazione credibile della storia. La vita comune rinnova dall’interno la pedagogia della fede e costituisce un vero arricchimento dell’intera comunicazione. È il caso di dire che sul versante pedagogico ed ecclesiale assistiamo a un superamento di un certo illuminismo catechistico; infatti, la comunicazione verbale dei contenuti della fede nella forma della catechesi non è più sufficiente, anche se ciò non significa che non sia necessaria. Il linguaggio della fede, che è insieme grazia, ragione e volontà, si comunica attraverso la completezza di una relazione personale, che la vita comune può certamente favorire. La vita comunica la vita.

 

L’incontro con la persona di Gesù

Attraverso forme nuove di vita comune, può venire dai giovani una nuova riscoperta della persona di Gesù, del suo mistero e dei suoi testimoni. È ancora affascinante per un giovane incontrare Gesù e il suo mistero, ma è necessario un contesto in cui poterlo fare, un’esperienza comunitaria nella quale far circolare la Parola. La persona di Gesù si fa strada in una vita comunitaria capace di vera ospitalità e sincera accoglienza. Il card. Martini così precisava lo stile dell’ospitalità: «Siate accoglienti, aprite le vostre relazioni, i vostri rapporti umani. Imparate a salutare, a stabilire nuove amicizie, ad allargare il numero dei conoscenti e degli amici. Nelle vostre relazioni ci sia spazio per chi condivide già la gioia del Vangelo, ma anche per chi è più lontano, per formazione, per tradizione, per storia personale, per contesto familiare, per situazione ecclesiale. Siate capaci d’accogliere i fratelli di fede ma anche i fratelli di umanità. Ci vuole attenzione comunitaria e dedizione personale perché i luoghi della comunità cristiana siano un crocevia più sciolto, più leggero, più capace di entrare nei veri bisogni dei giovani e dei ragazzi di oggi. Non è un compito facile ed è innanzitutto un cammino d’educazione personale. Molti non si aspettavano niente da Zaccheo, eppure Gesù a questo uomo dà una nuova speranza, gli cambia la vita e lo riempie di gioia. Zaccheo si è sentito cercato, chiamato, conosciuto, accolto».

 

Una relazione ospitale

La vita comunitaria richiede la forma dell’ospitalità, dell’ospitalità del cuore, come apertura a ogni genere di alterità, al diverso da me, a chi non ha ancora fatto il mio stesso cammino, a chi desidera qualcosa o Qualcuno, e neppure sa chi è. Sarà l’occasione per la ricerca del fratello: qualcuno porterà un amico, un compagno di studio o di lavoro, che voglia sentire, capire, provare questo stile di vita comunitario, che ne accetti le condizioni, nonostante fino a quel momento sia forse rimasto abbastanza lontano dalla grande Chiesa o dalle sue comunità. L’ospitalità nell’accogliere in un’esperienza di vita comune è un passo molto importante e delicato. Da un lato ci vuole una grande disponibilità, dall’altro un certo discernimento. La finalità della vita comune deve rimanere chiara nel suo obiettivo di pedagogia della fede. Chi chiede ospitalità nella vita comune deve condividere, se pur con intensità diversa, questo obiettivo e le sue regole. Per poter accogliere chi è più estraneo bisogna che ci sia un nucleo di partecipanti molto vivo, attivo, persone più preparate, con una vita spirituale vivace, reale, entusiasta di incontrare Gesù e i fratelli; è necessario che il progetto sia preciso, che l’educatore sia saggio e cordiale, spirituale e paziente. Ci vuole qualche giorno in cui le persone imparino a conoscersi, ad adeguarsi agli orari e alle abitudini comuni. A volte si può essere pronti per la vita comune, altre volte è meglio aspettare e prepararsi meglio. Quanto più il nucleo centrale dei partecipanti alla vita comune è forte e ben motivato, tanto più è possibile una più ampia e diversificata accoglienza, perché significa che non si teme di smarrire gli obiettivi educativi della vita comune.

 

Accogliere e accogliersi

C’è un tempo per ogni cosa: un tempo per rafforzare lo stile evangelico della vita comune, e un tempo per spalancare le porte. C’è un tempo per essere e un tempo per accogliere: «Se una comunità non fa che accogliere, cadrà molto spesso nella dispersione, e quindi non sarà più una comunità che accoglie, ma una massa di gente che s’incontra come in una stazione, Se al contrario si resta bloccati su di sé e sul gruppo, è il soffocamento; nascono i dissensi e le gelosie; la vita non circola più (…). Accogliere vuol dire lasciar penetrare delle persone all’interno della comunità; ma esse devono accettarne e rispettarne gli scopi, lo spirito, le tradizioni, il regolamento. Accogliere non è ricevere chiunque nella comunità e lasciargli fare qualsiasi cosa.

 

Un cammino educativo più ampio

La proposta di vita comune si situa in una dimensione educativa più ampia che non possiamo trascurare. Essa si pone in stretta relazione tra la crescita della persona con la sua appartenenza alla comunità cristiana e all’intera comunità civile. Proprio perché la vita comune s’inserisce all’interno di un progetto educativo generale e, allo stesso tempo, s’esprime nell’impegno quotidiano ordinario, va pensata e costruita in una prospettiva pedagogica a tutto campo, dentro la quale i giovani di oggi percorrono il loro cammino di crescita verso l’età adulta. La vita dei giovani oggi si gioca tra due questioni: quella della loro identità e quella del loro futuro. Tra il sapere chi sono e che cosa devono diventare si colloca la crescita di un giovane. Per questo l’agire educativo nel mondo giovanile attuale può essere raccolto intorno a due grandi concetti: l’identità e il futuro.

 

Verso la maturazione vocazionale e affettiva

La vita comune è un’esperienza singolare in grado di togliere il giovane dalle possibili forme d’isolamento e di aiutarlo nel cammino di libertà che lo conduce alla maturità della vita. In modo particolare la vita comunitaria permette d’impostare la propria vocazione e di condurre a maturazione la propria affettività. Il cammino vocazionale inizia i suoi passi significativi, a ogni età, e particolarmente nella giovinezza, quando un ragazzo si accorge che il Signore gli vuole bene. La percezione di uno sguardo amorevole di Dio su di sé innesca la domanda e la ricerca vocazionale. Molto spesso questo avviene in occasione di una significativa esperienza comunitaria. Solo la percezione della grazia innesca la vera libertà e aiuta a rendere la ricerca della fede e della vocazione paziente e duratura.

 

Il discernimento vocazionale

Il discernimento vocazionale è un’operazione molto complessa, non si tratta solo di riflessioni da mettere in campo; rappresenta un insieme di esperienze più vaste, sensazioni, riferimenti personali, incontri con determinati testimoni di vita e di fede, momenti particolari di preghiera, attimi di paura, spazi e luoghi condivisi, e alla fine un’intuizione permanente di consolazione e di pace. Una vita comune può fornire molte indicazioni circa un vero discernimento vocazionale. La vita comune, inoltre, può essere un aiuto molto grande per percepire la verità dei propri sentimenti, la configurazione della proprie emozioni e delle proprie sensazioni corporee. In un’epoca in cui la relazione di coppia sostituisce troppo in fretta relazioni più ampie, aperte e disinteressate di semplice e costruttiva amicizia tra i giovani, la vita comune stempera i bisogni immediati, allarga gli orizzonti verso forme di amore meno egoiste e più universali, permette una conoscenza diversificata del mondo maschile e femminile, aiuta ad elaborare i criteri di scelta e i confronti personali in modo più autentico e oblativo. All’interno della comunità cristiana la vita comunitaria tra giovani è un’occasione pedagogica straordinaria per la maturazione della propria affettività. Vivendo per un certo tempo insieme, si possono elaborare con intelligenza e armonia i legami affettivi che vengono a costituirsi e a sciogliersi nel lungo cammino dell’amore. Così si esprimeva il card. Martini: «Oggi i legami affettivi occupano uno spazio molto intenso nella relazione giovanile; e a volte le relazioni di coppia sostituiscono troppo precocemente e con alterna durata altri legami diventati troppo deboli, quali ad esempio quello con i genitori e con i parenti, i legami sociali o le relazioni amicali di gruppo. La comunità cristiana vi possa aiutare in questa sfera così rilevante della vita ad essere meno da soli, mediante una sapiente e aggiornata descrizione dell’evoluzione dell’amore, con l’apporto delle scienze umane, con l’accompagnamento individuale discreto e sincero, con la saggezza pedagogica della tradizione etica cristiana. A volte non vi è facile comprendere i suggerimenti della Chiesa: ora sappiate che le indicazioni morali che devono orientare il comportamento sono un frutto della grazia; chiedono certamente un certo sacrificio della volontà, ma sono un dono che vi aiuta a crescere e a restare fedeli nell’amore. Questi orientamenti vanno spiegati e compresi con intelligenza, illuminati alla luce di una ricerca matura del senso dell’amore, espresso nel benessere o nel disagio del vivere contemporaneo».

 

Progetti concreti di vita comune

Oggi, il cambiare dei tempi e delle culture, il trasformarsi delle comunità cristiane e la fatica dell’aggregazione giovanile ci suggeriscono di ritrovare e di proporre modelli e cammini nuovi per educare alla fede le giovani generazioni, e tra questi non può essere dimenticata la risorsa feconda della vita comune. Ascoltando direttamente la testimonianza dei giovani, al termine del cammino delle «Sentinelle del mattino», così scriveva il card. Martini: «Abbiate la gioia di una casa comune: una domus ecclesiae. Prima che un edificio ci sia un contesto, un luogo permanente di incontro, giorni di vita insieme in cui si respiri uno stile di fraternità, di lavoro e di preghiera; tempi comuni dentro la vita ordinaria, per imparare a fare bene le cose di tutti i giorni, e per interpretare insieme la Parola e la cultura contemporanea, con l’intelligenza della fede e con il desiderio di dialogare con tutti. Tutte le nostre comunità siano attente alle esigenze giovanili di vita comune, sapendo che i giovani, oggi più che mai, hanno bisogno di formazione intelligente e affettiva, per appassionarsi al Signore, alla comunità cristiana e ai fermenti evangelici disseminati tra i loro coetanei nel mondo. Certamente qualche struttura andrà trasformata, qualche contesto nuovo di incontro andrà inventato, con creatività e saggezza, perché siano luoghi di autentica conoscenza del Signore e gioiosa condivisione fraterna. La parola di Dio ha bisogno di un terreno buono e l’eucaristia ha bisogno di una casa». In questo stesso spirito, le esperienze di vita comune che vogliamo proporre non sono durature nel tempo e non sono tutte uguali. Per questo si può parlare di modelli diversificati di vita comunitaria. La diversificazione dipende da tanti fattori; l’obiettivo fondamentale rimane sostanzialmente uguale per tutte le esperienze proposte: si tratta di una forma pedagogica per far maturare nella fede. Non si tratta perciò di comunità rivolte a situazioni di particolare disagio o di emarginazione. Le diversificazioni nella conduzione della vita comune sono di diverso tipo: innanzitutto la durata nel tempo (una settimana, due settimane, un mese).

 

La tipologia della vita comune

La tipologia della vita comune dipende, inoltre, dalle risorse educative, economiche e ambientali che si hanno a disposizione e dal tempo che gli educatori investono nell’accompagnamento e nell’organizzazione. La diversificazione si stabilisce evidentemente anche in base al numero dei partecipanti, alla loro età, e se appartengono a un’unica comunità cristiana o a più comunità. La vita comune può essere diversificata rispetto agli impegni quotidiani dei partecipanti, al loro studio o al loro lavoro, al luogo geografico in cui si svolge concretamente questa vita; al tipo di casa e al contesto in cui è situata. Può essere una vita comune soltanto maschile o soltanto femminile, oppure di ragazzi e ragazze insieme. Può essere praticata una volta sola o più volte in un anno da parte dello stesso gruppo. Tutte queste diversificazioni vanno studiate in un progetto che ogni singola comunità parrocchiale o decanale, o altra istituzione ecclesiale, vorrà pensare e proporre qualora decida di attuare esperienze di vita comune a tempo determinato. Queste esperienze di vita comune non sono né in contrasto né in alternativa con la comunità cristiana; al contrario, a diverso titolo, la comunità cristiana è coinvolta ed essa stessa promuove e sostiene questo linguaggio educativo della pastorale giovanile. Questo tipo di esperienza cristiana comunitaria è una sosta educativa particolare lungo la più grande strada ordinaria di tutti cristiani, una sosta che aiuti poi, con maggiore convinzione e profondità, a riprendere il cammino di tutti cristiani nel mondo.

 

Vita comune e responsabilità quotidiane

La vita comune che viene proposta non è in alternativa ma si svolge all’interno della vita quotidiana con i suoi impegni. Si vive insieme, ma ciascuno non trascura le proprie responsabilità quotidiane di studio o di lavoro. Per questo, verranno curati in modo particolari alcuni tempi come il mattino e la sera, prima di uscire e al rientro in comunità. Al mattino ci sarà la sveglia all’ora stabilita per tutti e il tempo della preghiera comune che introduce alla giornata e offre la Parola come luce sul proprio cammino. Durante il giorno, coloro che rimarranno a casa studieranno con impegno, senza disperdere il proprio tempo, e si occuperanno dei servizi umili della vita comunitaria, mentre al pomeriggio o alla sera per tutti ci sarà un tempo per lo scambio fraterno e la preghiera personale. È una comunità che non si sottrae al lavoro o allo studio quotidiano, anzi lo valorizza, lo ordina, lo toglie dalla mediocrità e gli conferisce senso e valore, come passaggio realistico verso il futuro. E’ fondamentale che questo avvenga fra tempi e spazi generosi e ordinati, perché la vita comune rischia, se è condotta male, di perdere subito tutta la propria credibilità di fronte a quanti vi partecipano, o a alle loro famiglie, o alla comunità intera; finisce per non essere un segno evangelico per tutti. Ciascuno collabora all’ordine della casa e alla preparazione del cibo; le spese sono condivise in una cassa comune, dove ciascuno pone tutto quello che può. La sobrietà della vita tende a escludere l’uso della televisione, il fumo, un consumo esasperato della musica e di tutto ciò che distrae dalle relazioni personali dirette. La vita comune gusta la misteriosa presenza di Gesù, quando due o tre sono riuniti nel suo nome. Per questo la vita comune riserva uno spazio e un tempo per la preghiera e per il raccoglimento. La vita comune, così come la stiamo delineando, non si può pensare per un numero di partecipanti molto elevato: non lo permettono né le regole della relazione, né i limiti imposti dalla casa e dai suoi spazi. Occorre immaginare dei numeri abbastanza ristretti, ma questo non significa privilegiare un piccolo gruppo rispetto ai molti; significa invece pensare a una pluralità di esperienze e alle strutture che le possono permettere. Tutti fanno la medesima strada, ma non tutti si fermano contemporaneamente per una piccola sosta di particolare scuola evangelica. La vita comune è un’esperienza che a tempo opportuno potrebbe essere proposta a tutti i giovani cristiani.

 

Vita comune dei giovani e comunità adulta

I giovani che partecipano alla vita comune non sono staccati dalla loro comunità, al contrario si sentono partecipi, aiutati e sorretti dalla fede e dalla carità degli adulti. Questa intensa comunione tra generazioni e questa condivisione dei carismi aiuta i giovani ad amare tutta la Chiesa. È il segno di una comune riconoscenza ed esprime il desiderio di trasmette la fede alle nuove generazioni da parte di tutto il popolo di Dio. Senza gli adulti, presbiteri e laici, è difficile che i giovani riescano a sostenere una proficua esperienza di vita comune. I giovani sanno il bene che hanno ricevuto, imparano la riconoscenza e invocano l’aiuto sincero, fiducioso e liberante dagli adulti delle loro comunità.

 

Tra identità cristiana e animo missionario

La vita comune che proponiamo favorisce la ricerca di un’identità cristiana da parte dei giovani, che sia in grado di proporsi con credibilità al mondo di oggi. Il rapporto tra identità e missione nell’animo giovanile va innanzitutto ricostruito. Infatti molti giovani non sentono spontaneamente la necessità di essere missionari, se mai lo avvertono come un dovere morale aggiuntivo. Questo non sentire la necessità della missione denota innanzitutto un disagio. Non avvertono immediatamente il bisogno di un annuncio perché sono ancora incerti sulla loro stessa identità.

 

Tra vita quotidiana ed evento straordinario

La vita spirituale dei giovani ha bisogno oggi di ritrovare un giusto rapporto tra espressione quotidiana della fede ed evento straordinario. Sono entrambi necessari: ogni contrapposizione risulta riduttiva. La preghiera quotidiana e la partecipazione alla giornata mondiale della gioventù stanno insieme; la carità vissuta in famiglia e la vicinanza al povero senza casa non possono essere disgiunti; le proprie responsabilità personali quotidiane devono comporsi anche con la partecipazione alla vita comune. Il legame tra la vita quotidiana e l’evento ecclesiale straordinario va favorito e incoraggiato, perché la vita spirituale personale e quotidiana ha bisogno di rispecchiarsi in qualche occasione straordinaria: fa bene a un giovane vedersi circondato da altri giovani che, come lui, fanno esperienza della fede; la dimensione celebrativa comunitaria alimenta e incoraggia la fede individuale. Tuttavia può risultare veramente illusorio pensare alla fecondità di un evento straordinario senza la pratica ordinaria della preghiera, dei sacramenti e della carità. In un certo senso la vita comune per un giovane rappresenta un evento straordinario che poi aiuta e sostiene la vita quotidiana individuale. Non vanno posti in alternativa. La comunità cristiana adulta ha una sua responsabilità nell’educazione dei giovani, e non dovrà mai contrapporre in loro lo straordinario al quotidiano. I giovani sono chiamati a crescere in responsabilità, e con manifesta onestà interiore cercheranno di coltivare queste due dimensioni della vita, in un cammino di perseveranza e di fedeltà che segna realmente la maturità di una persona. La vita comune è un esercizio, una fatica e una consolazione, da cui deve scaturire una vita quotidiana più cristiana.

 

Nella comunione delle vocazioni

Perché la vita comune esprima la gioia del Vangelo e l’anima missionaria occorre anche riscoprire la bellezza e la diversità delle varie vocazioni; la vita comunitaria deve puntare a far emergere tutta la ricchezza delle vocazioni presenti nella Chiesa, e in modo particolare le due grandi vocazioni, quella del matrimonio cristiano e quella della verginità consacrata. Se la vita comunitaria è vissuta con autenticità come un’esperienza di fede, allora ci saranno i presupposti anche per un rifiorire di scelte vocazionali. È impensabile oggi una fioritura vocazionale senza una comunità che viva nella preghiera, nell’ascolto della parola e nel servizio fraterno. La vocazione particolare di una persona nasce in un contesto di fede vissuta, di contenuti spirituali conosciuti e condivisi, di pratica dei sacramenti e di coltivazione di una reale intelligenza della fede. La crisi delle vocazioni, sia al matrimonio cristiano sia alla vita consacrata e presbiterale, ha radici lontane che ritroviamo particolarmente nella mancanza di comunità cristiane giovanili con una vera vita spirituale. Non è sufficiente l’aggregazione nel tempo libero, non basta una generica dedizione ai poveri, è necessario un incontro vero con la persona di Gesù. La vita comune può favorire questo: la presenza di ragazzi e ragazze insieme in una vita comune non deve far temere; se la vita spirituale è alta, verranno nuove vocazioni sia alla verginità, sia al matrimonio.

 

Il dramma dell’esistenza

La vita comune che si vuole proporre tra i giovani è una scuola in cui imparare ad assumere il dramma dell’esistenza, con le sue tensioni e le sue contraddizioni. Si impara a restare vicino all’uomo e alle sue grandi domande. Ci si fa carico dei drammi e delle sofferenza della gente; il lavoro e il dolore degli umili non devono passare inosservati. Nella vita comune si vive con poco, ma non si rinuncia ad uno sguardo sul mondo, sulle sue invocazioni e sul suo destino. S’impara a vedere che per tanta gente l’esistenza passa attraverso la solitudine, la mancanza di futuro, la presenza di una malattia, la tragedia della morte; il dramma dell’esistenza passa anche attraverso l’esperienza del peccato. Vivere insieme da cristiani, come fratelli, aiuta a capire per primi questa lacerazione del mondo. La vita comune nella Chiesa non può perdere questa radicale solidarietà, questa comunione creaturale che un giovane deve riscoprire lottando, oggi più mai, contro le forme insidiose dell’individualismo, che lo circondano da ogni parte, e lo incatenano ai miti emergenti della nuova idolatria. I giovani vivono insieme per andare nel mondo, per riconoscerlo come terra di Dio, per seminare in esso il Vangelo e dire il benessere della fede, che è il trionfo della grazia.

 

Presenza povera tra contemplazione e politica

L’anima della missione cristiana è la riconoscenza e la gioia per una grazia ricevuta, è un insopprimibile racconto di verità che deriva dall’incontro con il Signore Gesù. Gesù si è fatto conoscere, mi ha voluto bene, mi ha insegnato molte cose attraverso la condivisione della carità reciproca e della comune speranza; tutto questo mi fa vivere. Ed è proprio per questo che la missione, frutto di un benessere provato, diviene una responsabilità: non si può rimanere inattivi di fronte all’incontro che ha dato senso e significato alla propria esistenza. La missione sarà la conseguenza della gioia dell’essere cristiano. Sono contento di condividere la fede con molti fratelli: il benessere della fede diviene il luogo più umano da cui nasce lo spirito missionario. La vita comune dei giovani possa diventare un segno della presenza povera di Dio nel mondo. Si sa di essere poca cosa, come i discepoli nel cenacolo, in attesa dello Spirito. La vita comune dei giovani deve respirare questo clima spirituale, ed essere animata da questa evangelica aspettativa. Presenza povera che richiede pazienza e larghezza d’animo, radicalità e perseveranza. ma insieme

 

Un rimanere per andare: la missione

La vita comune dei giovani infonde in loro uno straordinario coraggio che li spinge, come i discepoli quando uscirono dal cenacolo, ad andare fino ai confini ultimi della terra. La vita comune non è per rimanere, ma per ricevere forza dallo Spirito Santo. Lo stare insieme nella fede aiuta a riscoprire e a valorizzare le energie spirituali delle persone. Attraverso la preghiera, lo studio e la preparazione professionale emergeranno vocazioni attente alla realtà sociale e politica; allo stesso modo, la visione della sofferenza della gente e la passione per il mondo faranno riscoprire il desiderio di vivere momenti intensi di preghiera personale e comune. Solo con questo duplice sguardo, a Dio e al mondo, la vita comune esprimerà la gioia del Vangelo e sarà l’anima della missione. Le esperienze giovanili di vita comune che si esprimono dentro l’agire quotidiano possono essere davvero una forma pedagogica nuova in cui vivere un esercizio spirituale di relazione cristiana. La vita comunitaria tra i giovani aiuterà a far crescere una reale passione per la Chiesa, la quale cerca dimensioni nuove e linguaggi comprensibili per comunicare il Vangelo e far conoscere Gesù alla gente di oggi.

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